Il fascino immortale della velocità

Gli ingredienti che rendono unico il motorsport sono molteplici. Dalla bellezza dei mezzi (a due e quattro ruote) al sound musicale dei motori (rigorosamente a scoppio, si intende), passando per la velocità.

La velocità costituisce uno degli elementi imprescindibili che, da sempre, alimenta le fantasie degli appassionati. Se in campo auto le velocità sono ormai plafonate (spesso al ribasso) e seguono fasi che si ripetono ciclicamente, in campo motociclistico l’escalation è ancora in atto.

In occasione delle Free Practice 4 del GP del Qatar di MotoGP, Johann Zarco — in sella alla Ducati Desmosedici del Pramac Racing — ha stabilito il nuovo record ufficiale di velocità massima raggiunta nel Motomondiale: 362,4 km/h.


Un dato sensazionale, reso possibile non solo dalla impareggiabile cavalleria del V4 1000cc di Borgo Panigale, ma — più in generale — dalle caratteristiche tecniche delle MotoGP stesse.

Stiamo parlando, infatti, di moto il cui peso minimo regolamentare è pari a 150 kg per MotoGP di cilindrata sino a 800cc e di 157 kg per MotoGP di cilindrata da 801cc a 1000cc. Il peso minimo è calcolato con la moto “a pieno carico” e in assetto corsa, provvista cioè di carburante, liquidi, trasponder, telecamere, apparecchi per la telemetria, ecc.

Moto, dunque, assai leggere (e potrebbero esserlo ancora di più…) e, pertanto, qualificate da un rapporto peso/potenza particolarmente favorevole. Il peso complessivo di moto e pilota oltrepassa i 200 kg ma, in virtù di potenze massime ormai dell’ordine dei 300 CV, i conti sono presto fatti.

Ecco il motivo per cui, le moto — sotto il profilo squisitamente velocistico — vantano prestazioni sensazionali rispetto alle auto, sì più potenti ma assai più pesanti. Non a caso, una Moto3 (250cc 4 Tempi monocilindrico, peso minimo moto + pilota pari a 152 kg) riesce a superare velocità massime di 245 km/h; le Moto2 (motore 3 cilindri Triumph di 765cc, peso minimo moto + pilota pari a 217 kg), invece, toccano i 300 km/h, valori che auto da competizione da oltre 500 CV ma pesanti più di 1000 kg fanno fatica a raggiungere.

In Formula 1, le velocità massime hanno subito una logica stabilizzazione. Del resto, regolamenti tecnici e circuiti fanno sì che le velocità massime oscillino all’interno di una forbice di valori ormai usuale, la cui soglia massima è dell’ordine dei 360 km/h.

I record, soprattutto ufficiosi, si sono susseguiti nel corso degli anni. Tra realtà e leggenda, possiamo affidarci ai dati ufficiali. Nel 2016, in occasione del GP del Messico, Valtteri Bottas tocca i 372,5 km/h (Williams FW38-Mercedes): è questa la punta velocistica più alta mai raggiunta in gara da una vettura di F1. Un exploit reso possibile soprattutto grazie alla rarefazione dell’aria, considerato che l’Autódromo Hermanos Rodríguez è situato ad una altitudine di oltre 2280 metri sul livello del mare.

Dal 2017, alla luce dei nuovi regolamenti tecnici che hanno conferito alle monoposto maggior deportanza e resistenza all’avanzamento, in F1 non si sono più registrate simili velocità massime.

Va sottolineata, invero, la facilità con la quale le tradizionalmente più leggere vetture di F1 riescono a toccare ragguardevoli punte velocistiche in spazi relativamente ridotti e a fronte di carichi deportanti consistenti. Insomma, i 360 km/h di una F1 a Monza valgono quanto gli oltre 370 km/h di una monoposto IndyCar ad Indianapolis, un velocissimo speedway da affrontare con minor carico aerodinamico.

Le monoposto di Formula 1, tuttavia, non detengono i record delle velocità massime raggiunte in pista. Nel 1988, in occasione della 24 Ore di Le Mans, Roger Dorchy spinge la sua “low drag” WM P88-Peugeot PRV ZNS4 Turbo (V6 di 90° di 2850cc) di Classe C1 alla bellezza di 405 km/h. All’epoca, il lungo rettilineo dell’Hunaudières non era ancora spezzato dalle due chicane.

Per quanto concerne il motorsport a stelle e strisce, è Gil de Ferran a detenere il record, il quale, riteniamo, rimarrà imbattuto ancora a lungo. Il 28 ottobre 2000, in occasione della Marlboro 500 al California Speedway di Fontana, il pilota brasiliano è autore di un giro di qualifica che entrerà nella storia.

Percorre, infatti, le 2 miglia del tracciato alla velocità media di 388,54 km/h. La vettura è la Reynard 2KI-Honda del Team Penske. Velocità media, appunto: le punte massime, dunque, hanno superato i 400 km/h.

A riguardo, tra la seconda metà degli Anni ’90 ed i primi Anni 2000, le vetture turbocompresse CART fanno registrare velocità massime pari ad oltre 255-258 mph, equivalenti ad oltre 410-415 km/h. Ciò avviene nei velocissimi Superspeedway, quali il già citato Fontana ed il Michigan International Speedway.

Ancora oggi, le Dallara IndyCar — benché non più in grado di eguagliare le esuberanti, prorompenti prestazioni delle indimenticabili e rimpiante vetture CART — sono capaci di raggiungere picchi velocistici di prim’ordine. In occasione del Fast Friday Practice della Indianapolis 500 del 2020, Marco Andretti (Dallara-Honda) fa registrare una velocità media sul giro di 233,491 km/h, pari a 375,76 km/h.

Rimaniamo negli USA, direzione NASCAR. Le silhouette americane, potenti ma piuttosto pesanti, possono sfoggiare doti velocistiche di tutto rispetto. Il record non ufficiale spetta a Rusty Wallace, capace di spingere la sua Miller Lite Dodge ad una velocità massima di 228 mph, pari a 366 km/h. La media sul giro è di 216,309 mph, pari a 348,11 km/h. L’anno è il 2004, il circuito quello di Talladega. Un record, tuttavia, mai omologato, in quanto stabilito non in un evento ufficiale, bensì in un test e con il V8 privo di restrittore all’aspirazione.

Il record, pertanto, è ancora detenuto da Bill Elliott. Nel 1987, al volante della Ford Thunderbird, fa segnare 212,809 mph di media sul giro (342,48 km/h) in occasione delle qualifiche della Winston 500 a Talladega.

La velocità, dunque, cattura, affascina, crea sana dipendenza. Concediamole libero sfogo anziché imbrigliarla.

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